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L’orologio, questo sconosciuto (parte VIII)

mercoledì 26 aprile 2017

 

L’orologio, questo sconosciuto (parte VIII)

 

Vale ora la penorologio questo sconosciutoa di affrontare il problema più pratico che tecnico della scelta tra un orologio a carica manuale ed uno a carica automatica. Come abbiamo visto il funzionamento è molto simile.
 
L'orologio a carica manuale funziona a prescindere dall'uso al polso: caricato del tutto, durerà 40 o più ore (siamo arrivati fino a 31 giorni! Ma un ottimo risultato è di sette-otto giorni, che richiedono anche uno spazio non esorbitante all'interno della cassa per alloggiare i bariletti di carica adeguati).
 
I classici segnatempo a carica manuale (quelli con riserve di circa 40 ore) normalmente hanno movimenti di non grandi dimensioni, tendenzialmente sottili e per questo non robustissimi (a questo aggiungiamo magari anche il discoso già fatto sulla sollecitazione di fine carica): spesso sono stati pensati per alloggiare in orologi di alta classe, da gran serata.
 
Per tale motivo un utilizzo giornaliero e "sportivo" non è del tutto pertinente (tuttavia i calibri a carica manuale di ultima generazione, come i succitati otto giorni, e quelli decisamente meno "esili", nascono con l'ambizione di un utilizzo quotidiano). Nel periodo in cui li si indosserà, in ogni caso sarà sempre buona norma caricarli tutti i giorni sempre alla stessa ora ed alla mattina. Infatti, la molla del bariletto rilascia una buona energia fino a circa due terzi del suo srotolamento, dopo di che l'orologio funziona sì ancora per un terzo, però con un impulso più debole, quindi qualche perturbamento nella regolarità di marcia sarà naturale: per questo l'ideale sarebbe fare coincidere questo periodo di "stanca" con l'inattività del nostro polso.
 
Appoggiando il nostro amato orologio sul comodino, disteso a quadrante in su elontano dagli eccessi del caldo e del freddo)  faremo in modo che l'assenza da sballottamenti compensi la "fiacchezza" della molla. In fondo, non desideriamo pure noi riposarci la notte?
 
Gli orologi automatici nascono invece proprio con la vocazione ad un utilizzo giornaliero. Nessuna controindicazione? Non proprio... Diciamo che un automatico è ideale quando lo si porta spesso e senza molte intermittenze: insomma, più lo metti e meglio va (salvo di notte: anche lui vuole dormire). Il suo tallone di Achille è un utilizzo frammentario o particolarmente "mollo". Stiamo infatti parlando di orologi che sono progettati per essere quasi tutto il tempo in massima carica: dopo poche ore di polso sono al top, la notte si riposano qualche ora ma continuano a funzionare e la mattina in poco tempo si ricaricano appieno.
 
Ma un utilizzo fiacco compromette la piena ricarica automatica: anche qui, un orologio a molla un po' scarica può dare qualche problema di precisione, oltre a potersi fermare magari durante la notte. Ma quando può succedere questo inconveniente? Quando ad esempio l'orologio viene aquistato da una persona particolarmente sedentaria o molto anziana.
 
Oppure -  esempio estremo - anche da uno sportivone: immaginiamo l'avvocato Rossi che si sveglia la mattina, si infila il suo Rolex per andare al circolo, lì si cambia, lo ripone nell'armadietto e va a correrre un'oretta e mezzo. Poi lo indossa in ufficio, alla scrivania. Dopo mangiato una partita a tennis: via l'orologio. Insomma, metti e togli-metti e togli in continuazione.
 
Oppure pensiamo alla sciura Rossi, che ha 20 orologi e mette al polso il suo automatico solo sabato sera per andare a cena fuori, senza nemmeno dargli un giro di carica manuale. Dopo due ore lo ripone nel comodino: quantosi manterrà carico il suo segnatempo? Sarà poi preciso? Facciamo questi esempi solo perchè spesso vengono da noi clienti che lamentano problemi che in realtà non derivano da un malfunzionamento ma da un cattivo uso...(segue...)
 
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